Enrico Ruggeri: «Noi 60enni lottavamo ora i giovani guardano se stessi»




«Ho passato la vita a fare un album all’anno e poi a un certo punto ho saltato tre anni». Saranno i suoi (quasi) 65 anni, sarà la maturità dell’artista, Enrico Ruggeri che di dischi ne ha pubblicati 38 in 43 anni di carriera, fa i conti con punk, rock, orchestra, synth, pop e tutto quello che è lui. Si mette a nudo, dice. Come non ha mai fatto. Risultato è “La Rivoluzione”, undici brani in uscita il 18 marzo old style, tra archi, fiati, voci. Due feat (Silvio Capeccia e Francesco Bianconi) e le collaborazioni con Andrea Mirò e Massimo Bigi.

 

In un recente Tweet, ha postato il decalogo della buona musica definendo il disco “non artefatto dalla tecnologia”. Quindi, come è?
«Scherzando è un “best of”, il meglio dei tre dischi che mai vedranno la luce. L’ultimo lavoro è stato nel 2019 con Alma. Tutti dicono di fare un disco suonato ma non è vero. La Rivoluzione è stato tanto in studio, abbiamo provato e riprovato, cambiato, buttato. Cose ovvie negli anni ’70 e ’80 e che oggi ovvie non sono. Non ho inventato nulla. Il primo album dei Led Zeppelin era così».

 

Prolifico discograficamente. Un bene o un male?

«Forse un bene. È stata una mia scelta, anche se strategicamente non è stata ottima. A volte è meglio sparire per un po’». 

 

L’artista che decide. E non chi per lui. Oggi la musica come è?

«La verità è che è proprio cambiato tutto. Vasco, Battiato, De Gregori, Jannacci, Gaber, artisti che durano da da decenni anni e che hanno venduto poco o nulla all’esordio. Chi ha fatto il primo disco di Battiato ci ha rimesso, ha aspettato. Un giovane a cui viene fatto un contratto per un singolo è costretto a spaccare subito per non sparire. In questo modo le probabilità di durare sono ridotte». 

“Abbiamo sognato e ci siamo svegliati sorridendo”. Di quale passato parla Ruggeri?
«È il passato della generazione di sessantenni che ha assistito a cambiamenti epocali. Da Carosello alla strage di piazza Fontana, dai gettoni e TuttoCittà a WhatsApp, una generazione che non ha fatto il ’68 ma che ha vissuto lotta armata, Brigate rosse, pestaggi, eroina, Aids. Una generazione che regge le sorti del mondo, a parte qualche eccezione tipo Biden (sorride, ndr). Una generazione che ha lottato o che ha creduto di farlo».

 

Quella attuale non lotta?
«Ho tre figli, uno di 32, uno di 16 e una di 11. Sono generazioni tese a guardare se stessi. Una volta si guardava Martin Luther King, Gandhi, Pasolini, adesso i modelli sono quelli con i soldi, quelli che se li critichi ti danno del “rosicone”. Nessuno ha voglia di cambiare il mondo. Piuttosto di fare “tiè” agli altri».

Si sente avanguardista?
«Sì. A volte me ne vanto un po’ troppo (ride, ndr), però è così. La parola punk, per esempio, fu usata per la prima volta per i Decibel».

 

Traccia 9: lei è più “Vittima o colpevole”? 

«Entrambe le cose. Non c’è uno che sia avulso dal peccato». 

Si ricorda quando vi urlarono “Decibel, Decibel, figli di puttana!”?
«Eravamo andati con il resto della band a vedere i Ramones al Palalido di Milano. Con le luci accese, il pubblico ci riconobbe. Era il 1980. L’anno in cui i Decibel, punk e duri, erano stati a Sanremo con Contessa. Ci massacrarono. E invece, avevamo ragione noi. Due anni dopo andò Vasco. E poi tutti gli altri». 

 

Di Sanremo ne ha fatti tanti. In gara, come ospite, come autore, due i premi della critica. Ma ci tornerebbe in questi “rivoluzionari” delle ultime edizioni?

«Me lo sono chiesto, proprio con questo disco. Ma questi Sanremo non sono fatti per quelli come me. Fare un Festival dove si parla più di come si è vestiti o che si ricorda di più del fatto Bugo-Morgan che delle canzoni? No, gli svantaggi sarebbero stati superiori ai vantaggi. Però non nego che un giorno potrei tornarci». 

 

Nelle canzoni parla di rapporti umani, adolescenza, sogni. E dei suoi sogni, della politica, di quell’adolescente del Liceo Berchet, cosa resta?

«Restano i ricordi. Resta la foto del 1973 che ho messo sulla copertina dell’album. Giovani con degli ideali. Era il liceo che doveva forgiare. Nei programmi scolastici di allora sparivano Nietzsche e Schopenhauer, D’Annunzio e il Futurismo, si studiava Marx e la Lettera di Gramsci». 

 

È rimasto deluso dalla politica?

«Beh, non ci sono più persone di statura politica. I Craxi, Berlinguer, Moro, Almirante, Sigonella, persone con carisma e cultura politica pagata con il sangue o con l’esilio, non ci sono più. La politica è andata verso il basso. Oggi i politici fanno selfie mentre mangiano un panino per far vedere che sono come noi, e non migliori di noi». 

 

Con La mia libertà, chiude il disco. Lei si sente libero? 

«Non ho padroni che mi tengono prigionieri… Il brano è ispirato da Le ultime lettere di Jacopo Ortis. Premesso che non ho nessun pensiero suicida, ma la lettera di un elegante vaffanculo a tutti». 

 

Di tanto in tanto, ci vuole?

«Ma sì. Pensiamo alle dichiarazioni dei politici, come quelle dei cantanti, peraltro. Sono dichiarazioni ecumeniche, ognuno verso i propri sostenitori e fan. Il tweet medio di un cantante medio è contro la povertà o contro la violenza sulle donne. Se fossero ancora vivi Jannacci, Gaber, Pasolini, di vaffanculo se ne prenderebbero tanti. Sapere parlare anche male dei tuoi sei un uomo davvero libero».

 

A proposito di social, ultimamente è stato criticato per un post sulle mascherine. 

«Ho sbagliato i termini (scuote la testa, ndr). Non dovevo usare la parola schiavitù». 

 

Sempre a proposito di epoche edulcorate e dei giorni nostri?

«Non sappiamo più come farvi ridere, diceva Carlo Verdone. Pensi al Vizietto, il film che giocava sui luoghi comuni. Oggi è così». 

 

C’è un brano dedicato ad Alessandro. Chi è?

«É l’amico fraterno, il mio amico di sempre, quello di mille avventure. Un trascinatore, una persona brillante, un numero uno. È la storia di una persona che adesso è affetta da una malattia degenerativa e muove solo gli occhi. É il racconto di un pomeriggio passato con lui. Dietro un vetro». 

 

Che significa essere presidente della Nazionale cantanti?

«Tante cose. Avere un contatto con la realtà, per esempio. Il cantante è un viziato, un leader del suo mondo, che è un bene ma è anche un pericolo. Uscire dal proprio microcosmo e andare negli ospedali a trovare i bambini affetti da leucemia, per esempio, ti dà l’idea di quello che è davvero importante. Il calcio è un modo che hai per tenere vivo il bambino che hai dentro». 

 

Sulle critiche legate ad Aurora dei The Jackal?

«È la nostra storia che parla di noi. Qualche giorno fa, Boosta dei Subsonica con tre donne della Nazionale Cantanti è andato al confine tra Romania e Ucraina insieme al Progetto Arca per sostenere il progetto “Profughi di Guerra” a portare medicine. E il motore sono state proprio le tre donne». 

 

Rifarebbe un concerto con un’orchestra di sole donne? 

«Mi piacerebbe molto. Mi piacerebbe fare un concerto con tutti gli strumenti». 

 

Oltre agli archi di Andrea Mirò, in La Rivoluzione ci sono i duetti con l’altro Decibel, Silvio Capeccia, e con Francesco Bianconi.
«Volevo che “glam bang – my rebel generation” la facesse Silvio (nel 1972 fondarono insieme gli Champagne Molotov, ndr). Sono uno guardingo sulle collaborazioni. Non posso pensare che un cantante riempia il disco di duetti. Eppure oggi accade. Per cui anche quella con Bianconi è un duetto voluto davvero».

Dice di mettersi a nudo. Che imbarazzo si prova?
«Nessuno se è espressione artistica. Fantasia e verità in questi brani sono sovrapposte. Non so distinguere ciò che è autobiografico e ciò che non è».

 

Ad aprile, Enrico Ruggeri sarà in tour. Il 9 al Teatro Nazionale di Milano e il 26 al Teatro Olimpico di Roma.  «Ci saranno ospiti che vi svelerò».




Ultimo aggiornamento: Mercoledì 16 Marzo 2022, 14:53



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Enrico Ruggeri: «Noi 60enni lottavamo ora i giovani guardano se stessi»

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