Augusta Masters, una poesia disegnata tra gli alberi: ogni buca è una storia

L’Augusta National è così dal 1932 e ospita l’unico Major che non ha mai cambiato posto. Gli spettatori non possono neanche correre o usare cellulari

dal nostro inviato Matteo Dore

Una poesia disegnata fra gli alberi. Questo è l’Augusta National, il campo inventato nel 1932 da Bobby Jones e Clifford Brown, dove ogni anno si replica il miracolo del Masters, l’unico tra i 4 Majors che si tiene sempre sullo stesso percorso. Chi entra al National fa un salto nel tempo, come in certe favole si cambia dimensione entrando in un armadio o aprendo una porta proibita, chi ha la fortuna di avere un biglietto diventa parte di una cartolina senza tempo. Qui gli spettatori sono chiamati Patrons e hanno il diritto di assistere a uno dei più grandi spettacoli del mondo, ma non possono correre, non possono usare il cellulare – e se qualcuno ha urgenza di chiamare casa può usare una delle cabine telefoniche distribuite lungo il percorso – non possono fare rumore. Però possono entrare nel negozio che vende tutto il materiale con il logo del Masters: un privilegio, perché non esiste una vendita ufficiale on line. Tutto come dieci, venti, settant’anni fa.

MONDO A PARTE

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Le buche hanno il nome di un fiore. Il verde brillante dell’erba è interrotto solo dal marrone degli aghi di pino alla base degli alberi e dal lilla delle azalee che decorano tutto il percorso. Come spiegano i giocatori che l’hanno provato, non si può preparare altrove il Masters. Le ondulazioni del campo, i dislivelli, la velocità del green, sono tutte cose che si trovano solo qui, non da altre parti. Chi arriva per la prima volta ha un paio di giorni per abituarsi e poi si affida alla fortuna, tanto dal ‘79 a oggi nessuno ha mai vinto da debuttante. Tutto al Masters è una tradizione: addirittura i sandwich hanno una loro peculiarità che non si trova da altre parti. Dicono che il sapore del panino con “pimento cheese” sia inimitabile. E ogni buca ha mille storie da raccontare. Ma ce ne sono tre che sono più speciali delle altre. La 11, la 12 e la 13. Nomi ufficiali: white dogwood, golden bell, azalea. Insieme formano l’Amen Corner, un angolo dove magari non si vince il torneo, ma di sicuro lo si può perdere. Per informazioni chiedere a Tiger Woods che alla sua ultima apparizione, nel 2020, ha chiuso la 12, che è un par 3, in 10 colpi. L’Amen Corner è un luogo dove aleggiano i fantasmi del golf, dove ancora si sente il rimbombo delle urla verso il cielo, le imprecazioni per le palline finite in acqua, l’eco delle speranze deluse. Deve il suo nome a un giornalista americano di Sports Illustrated, Warren Wind, che nel 1958 lo chiamò così dicendo di essersi ispirato a una canzone jazz in voga in quegli anni, “Shouting at Amen Corner”.

LE BUCHE DECISIVE

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Un riferimento che rende bene il concetto di preghiera lanciata verso il cielo sperando che le cose vadano per il verso giusto. La buca 11 è un par 4 in discesa. Il fairway è stretto, è facile finire a destra sotto gli alberi. Tanti giocatori non si prendono il rischio di arrivare al green in due colpi e preferiscono rimanere corti per avere poi un colpo più sicuro. Ma per qualsiasi professionista la prudenza è contro natura. Loro cercano sempre il massimo, ogni colpo deve creare la possibilità di guadagnare. Ma la 11 è così, il rischio è solo per i più coraggiosi. Il green – duro, veloce, ondulato come tutti i green di Augusta – è costeggiato da un ruscello, il Rae’s Creek, che diventa il protagonista della buca 12. Corta, difficile, bellissima. Sono circa 140 metri, ma fra il tee e il green c’è appunto il Rae’s Creek dove è facilissimo finire. Lo ha fatto anche Francesco Molinari nel 2019, che fino a quel momento era in testa ma che per quell’errore ha dovuto dare l’addio alle speranze di vincere il Masters. La 12 è una buca traditrice perché il green si sviluppa in orizzontale. C’è pochissimo spazio dopo il ruscello e c’è sempre il rischio di andare lunghi. Servono precisione e freddezza, non sempre facili da avere quando c’è una Giacca Verde in palio. In più ci si mette il vento, difficile da interpretare perché il green è protetto da piante e azalee, ma la presenza dell’acqua crea mini correnti d’aria che spostano la pallina in volo. Anche colpi che sembrano perfetti finiscono male. Poi c’è la 13, una lunga salita dove i giocatori hanno tutto il tempo per pensare al disastro appena fatto o per congratularsi di essere usciti vivi dall’Amen Corner. La trappola perfetta in un angolo di Paradiso. L’Augusta National.

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Augusta Masters, una poesia disegnata tra gli alberi: ogni buca è una storia

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